giovedì 17 aprile 2008

...ma c'è pur sempre una speranza

Sinceramente la sconfitta era da tenere in conto, senza dubbio. Ma di certo una emorragia di voti, verso la Lega Nord, francamente era inaspettata. Non parlerei di batosta, ma di passaggio epocale, una svolta imprevista dopo tanti anni di tepore politico, di sonnolenza delle sinistre, di frammentazione estrema dei partiti. Certo, il futuro che si profila è incerto, non prevedibile, ma è un dato di fatto che un certo tipo di politica si è fermata inesorabilmente al capolinea.

La mia paura è che degli errori fatti in passato non potranno essere più corretti, mi riferisco alla costituzione del Partito Democratico ancora troppo giovane e frettoloso, incapace di costituire un nucleo forte, plasmato sulla realtà del paese e, soprattutto, diverso. Veltroni parla ancora a pochi, non riesce a convincere C’è la possibilità di riprendersi in questi duri anni di opposizione (perché cinque anni saranno, punto).

La caporetto della Sinistra Arcobaleno è un’altra sorpresa. Un travaso di voti dal PD verso la SA ci poteva stare, magari moderato, ma ci poteva stare; invece è andata diversamente, perché, escludendo la emerita baggianata dei leader della SA ancora frastornati che indicano il carnefice in Walter Veltroni che, a detta loro, ha cannibalizzato i voti della sinistra, il dato di fatto è che la perdita di voti c’è stata su tutti i fronti. La Lega nel settentrione succhia via voti a molti altri partiti (compresa SA), forte del punto sulla sicurezza, il federalismo fiscale e la convinzione che una politica di protezione del territorio, radicata e goliardica sia l’unica risposta che il Nord possa accettare. Certo è che la storiella dell’operaio compagno rosso che lavora nelle fabbriche è veramente anacronistica: i bassi stipendi, al Nord vota Lega, al Sud vota Berlusconi, rendetevene conto. Se Berlusconi vince è perché da questa parte noi non siamo capaci di proporre un’alternativa seria, forte, consapevole e finalmente libera da troppi anni di seghe mentali. Veltroni ha provato a fare l’Obama italiano, per adesso è ancora Kerry, confido nel futuro. Intanto mi diletto con il Kobra di Donatella Rettore, vera espressione culturale/sociologica di questo paese. E vai col ritmo.


sabato 12 aprile 2008

Come va Italia?


Come va Italia? Un’altra volta alle urne, mi dicono. Tu come ti sveglierai domattina? Che vestito indosserai? Forse un abito chiaro, candido, quello che non passa mai di moda, o magari qualcosa di leggero, non appariscente. Numeri e numeretti diranno chi ti governerà, cara Italia. Attenderai, nervosa come sempre, spengendo e accendendo l’ennesima sigaretta, sbufferai fumo azzurino dalle narici, lo schermo rigato della televisione ti illuminerà. C’è chi parte e ti lascia, altri restano, molti aspettano senza fretta. Come va Italia? Mandami un saluto, mi basta un cenno delle tue dita esili senza staccare gli occhi dai risultati, io accosto piano la porta per non disturbarti. Fuori è notte e tutto sembra così perfetto.

sabato 5 aprile 2008

L'Italia in comune


Mai pensato di fare un giro per l’Italia? Io si. Mi piacerebbe prendere l’auto e partire dal basso, dalla Sicilia, per poi risalire, lungo la spina dorsale del Mediterraneo, la nostra Italia. Mi piacerebbe fermarmi per le varie città, addentrarmi per i loro centri storici e poi visitare le appendici urbane, le periferie. Sosterei negli autogrill, i non luoghi per eccellenza, gli spazi neutrali, senza alcuna identità, teatro di vite che si incrociano, che passano leggere nelle loro scatole di ferro e plastica. Ogni città in Italia ha una sua precisa identità, un suo passato profondo e radicato, una sua coscienza storica fatta di amici e nemici; le città in Italia sono i comuni, forse la concezione politica più importante che il nostro paese ha saputo concepire ancora viva, sentita e apprezzata dagli italiani. Un fiorentino non è un romano, tanto meno un livornese da un pisano; e che dire di un palermitano così diverso da un milanese. Eppure c’è un filo rosso che unisce tutte le città, tutte le storie, un minimo comune determinatore, credo che sia la strada, quella che trasporta e che unisce, quella che si riempie di voci e di fatti, il luogo di connessione, di intreccio e di scambio. Le città italiane sono come tanti cuori pulsanti legati tra loro dalle arterie asfaltate, ogni cartello di benvenuto è l’inizio di una nuova realtà diversa da quella appena lasciata che, di fatti, è sbarrata con una linea rossa trasversale. L’Italia non ha un volto, ma mille occhi per mille identità, è un nostro limite, è una nostra ricchezza.

Leggendo Curzio Maltese nel suo I padroni delle città si può fare un giro per l’Italia dei comuni. Si parte proprio dal Sud, quello siciliano, risalendo pian piano, attraverso facce, storie, paesaggi e vicende nostrane tutta l’Italia. Forse i capitoli mancano di un certo approfondimento, lo stile giornalistico infatti, invoglia a conoscere più da vicino le realtà urbane della nostra Italia. Non c’è dubbio che il primo capitolo, dedicato a Palermo, resta quello più intenso e probabilmente più sentito. Salendo l’Italia, e quindi sfogliando le pagine, Curzio Maltese offre spunti di riflessione da una città immobile come Venezia o alle contraddizioni di Milano, tornando a Sud, ai silenzi inquietanti di Reggio Calabria o allo sviluppo squilibrato di Bari. Il capitolo che meno mi ha convinto è quello su Roma, una riflessione poco incisiva, soltanto qualche abbozzo mescolato a descrizioni un po’ troppo patinate che stridono con la rappresentazione mentale (riscontrata con la realtà di tutti i giorni, visto che sono romano) che io ho di Roma. Quello che il libro lascia, il residuo mentale depositato sul fondo del cervello capace di manifestarsi nel tempo, è una fotografia, a volte nitida, altre volte un po’ sfocata, su questa Italia poliedrica dalla storia tormentata, fatta dai tanti feudi, dai mille poteri, dagli 8101 comuni sparsi sul territorio e alla disperata ricerca di un filo comune.

mercoledì 2 aprile 2008

Mangiarsi le fragole a gennaio

Lo so, scrivere di uno spettacolo teatrale ormai terminato non è molto utile soprattutto per chi lo promuove, fatto sta che non posso fare a meno di scriverne qualcosa, quindi non biasimatemi.

Fatta la premessa vi racconto di Fragole a gennaio, uno spettacolo teatrale divertente, coinvolgente, dai ritmi dinamici e dalle situazioni mai scontate o prevedibili. E poi la grande professionalità dei suoi quattro giovani attori, capaci di spaziare nella recitazione ora con ilarità e guitti comici, ora con riflessione e toni pacati, sorregge le impalcature della storia scritta originariamente da Evelyne de la Chenelière. La vita di Francois personaggio magnetico dal carattere fresco e colorato, interpretato meravigliosamente da Josefia Forlì, si intreccia con quella di Sophie sua coinquilina, una ragazza stravagante in bilico nel suo umore altalenante e sfuggente, l’interpretazione di Claudia Salvatore riesce a riprodurre tutte le sfumature e le imperfezioni del personaggio. C’è poi Robert un professore di letteratura dall’animo eclettico, anticonformista, profondamente radicato nelle sue convinzioni, lontano dagli studi perché deciso a prendersi un anno sabbatico, è Riccardo Monitillo ad interpretarlo e lo fa benissimo mostrando le spigolature del personaggio, le sue insicurezze nascoste da uno spesso strato di falsa saggezza. Infine c’è Lea, dalla interpretazione di Enrica Nizi si comprende lo stato d’animo, anche esso complesso, ma più ingenuo e sincero rispetto a quello degli altri personaggi, forse il vivere lontano dalla città e dalle sue complessità rende Lea utile a ristabilire un ordine dei sentimenti vorticosamente messi in discussione durante la storia.

Mi sono divertito, la storia mi ha fatto pensare, sorridere e, perché no, appassionare alle vicende di Francois immerso nella rete di rapporti perennemente in bilico tra la realtà (a volte dura, ma ricca di finali “alternativi”) e il vivere in un film con le sue luci, le inquadrature, le musiche (un film senza musica non coinvolge, e poi nel film il finale è quello e basta). Complimenti ad Alessio Mosca il regista esordiente e all’organizzazione che ha saputo promuovere attraverso il web, in modo intelligente e dinamico, lo spettacolo, e perché sono stati capaci di dar vita ad una piccola e sorprendente messa in scena dei sentimenti nelle loro infinite sfaccettature.

martedì 25 marzo 2008

Due storie per due uomini


Questa volta sono due storie di uomini che voglio raccontarvi. Storie diverse, ambientate in epoche diverse, in paesi lontani tra loro, ma che hanno in comune un’incompletezza di fondo, a volte latente e ambigua, altre volte manifesta e impossibile da non considerare. La prima è la storia, intitolata Il mio cane stupido scritto da John Fante e raccolta nel libro A ovest di Roma. E’ la storia Henry Molise, scrittore cinquantenne, padre di figli più o meno scapestrati persi nella spensieratezza della gioventù e frutto di un rapporto familiare dagli equilibri precari. La moglie di Henry poi, è in lei che si può riscontrare quel senso di rabbia, di repressione, di sopportazione di tutte le negatività di una famiglia: è lei che sostiene con le sue esili braccia il fardello familiare. Si perché Henry Molise è alla costante ricerca di una sua identità definitiva, solida, tangibile; è l’Orlando perso nel bosco narrativo alla caccia della sua Angelica che altro non è che l’estenuante e infinito errare dell’uomo nel vuoto della sua incompletezza. Henry cerca un suo io, ma deve scontrarsi con la terribile superficialità delle cose come il lavoro, i figli, un cane (al centro della storia, falsamente messo sotto i riflettori da John Fante, ma che poi si rivela un semplice strumento per scatenare gli eventi), dei vicini, il costume americano circoscritto e ben curato come il giardino della villetta a Y dove Henry vive. E quando la realtà fa troppo male, entra nelle carni e l’accettazione di questa diventa insostenibile, Henry pensa a Roma, la sogna, la concepisce come un nido accogliente, una tana dove rifugiarsi nel codardo tentativo di scappare dalle responsabilità, di mollare tutto. La scrittura asciutta e diretta di John Fante permette al lettore di addentrarsi nella psiche del protagonista e, allo stesso tempo, di non perdere lo svilupparsi degli eventi, del mutare della storia. Fante si lascia leggere come un abbraccio mai troppo stretto, ma neanche rassicurante, nelle sue parole c’è sempre un pizzico di inquietudine, leggero, certo, ma pur sempre presente e costante. C’è l’idea che tutto quello che sta accadendo in quelle pagine possa crollare, la paura che la normalità del personaggio possa infrangersi, che la sua stabilità possa scivolare su di un piano maledettamente inclinato. E se bramiamo alla nostra completezza nell’idea del nuovo, del cambiamento, perché questo timore per la sorte di Henry Molise, per il depauperare della sua esistenza in nome di una ricerca di un suo completamento?

L’altra storia, tutta italiana, è quella che scrive Igino Domanin col suo romanzo d’esordio Spiaggia libera Marcello. Una storia che vede come protagonista Marcello, un laureato dalle ambizioni ormai spente in un istituto professionale dove insegna e che vive un paese senza sogni, senza speranze, in un’Italia tragicamente vuota e silenziosa. Marcello soffre di vertigini ma, questa sua debolezza, sembra provenire più dall’ambiente esterno che, al contrario, dal suo corpo, dalla sua carne. La vita di Marcello, costantemente in bilico sul ciglio dello strapiombo dei vuoti della realtà, cambia radicalmente perché ecco giungere una proposta di lavoro in un’università avveniristica situata nella ridente e tranquilla Svizzera. E’ grazie ad un vecchio compagno di studi, il Panzeri, che Marcello ricordava come un tipo goffo, dalle camicie sudate e i capelli unti, uno di quelli che ancora veniva vestito dalla madre, l’autorità inossidabile della sua vita, ma che ora appare come un uomo dinamico, dal fisico asciutto, ostentatore di una fiducia e sicurezza nella vita. E Marcello si sente in debito con lui, si pone su di un livello più basso di prostrazione e rispetto. L’equilibrio nei rapporti che variano, si ribaltano, mutano a seconda degli interessi portati con peso e fatica dai diversi personaggi che popolano la storia, rende Spiaggia libera Marcello un romanzo di piccole solitudini per piccoli uomini, consapevoli dei loro vuoti e che non si dimenano più per riempirli, ma semplicemente vivono per sopravvivere e convivere con questi. Igino Domanin dipinge Marcello come il paradigma della rassegnazione del nuovo millennio, uno sconforto che si affievolisce di fronte alla semplice e inossidabile sopravvivenza in questo mondo; alla fine del romanzo è proprio questo estremo bisogno alla sopravvivenza, questo stringere forte un sostegno per non essere inghiottito dalla vertigine, che rende la storia un ciclo che si ripete, un binario che riporta al punto di partenza, e il paesaggio resta immutato.

Due storie che si impregnano dello sconforto di questi tempi ma che, a mio parere, contengono in esse una visione, seppur decadente, quantomeno aderente alla realtà. Queste due storie, di questi due uomini, sono l’esempio in parole che spesso la cura è nascosta nella malattia, che infondo c’è sempre una speranza, la speranza dello scrivere ad esempio, del confronto attraverso un romanzo, un’emergenza nel comunicare per condividere i nostri dubbi e che, infine, la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare.

giovedì 13 marzo 2008

La convergenza c'è

Una piccola premessa. Sto scrivendo in questi giorni dei racconti, lanciando in avanti la volontà ho visto che questa è cascata a quota nove. Insomma, dovrò arrivare a nove racconti per poter esplicare al meglio le tematiche che sto affrontando. Mi piace il numero nove perché un numero di confine, è l’ultimo numero con una sola cifra, l’ultimo dei più piccoli, il confine che delimita i numeri semplici, quelli che si possono contare con le mani nude, a quelli con due e più cifre, più complicati e altezzosi. Sto terminando il terzo racconto, quasi autobiografico, quasi perché non posso fare a meno di insaporire il tutto con del ritmo da fiction che fa scorrere la lettura ed evita al presunto lettore di non inciampare in ricordi troppo ingombranti (o peggio ancora spigolosi). L’idea è quella di pubblicare i racconti sul blog, ma, vista la loro lunghezza, ho paura che la lettura possa risultare noiosa e faticosa. Comunque, a giochi fatti vedrò come proporvi i racconti, intanto continuo a scrivere.

La storia di Vespa e dei blog si è sviluppata, non a caso, sulla rete. La questione è stata approfondita con interventi davvero interessanti, dissertazioni su quanto e come il web riesce ad influenzare l’agenda dei media (di contro, c'è anche chi scrive di vespaio inutile), in passato impostata dalla televisione, ora messa in discussione dalla comunicazione personale, orizzontale, collaborativa della rete. C’è chi parla di rappresaglie tra i vecchi e nuovi media, e che quella di Porta a Porta è la dimostrazione che, queste rappresaglie, potrebbero trasformarsi in vere e proprie battaglie. E’ un’ipotesi verosimile se non ci si rende conto dell’integrazione tra i media e non al solito scontro, al muro contro muro. Io sono del parere che, oggi, nel 2008, la televisione impostata da Bruno Vespa è perdente perché non tiene conto della convergenza mediatica, dell’integrazione del vecchio col nuovo, e sono altrettanto convinto che la tv possa dare molto nelle sue forme. E poi non posso ignorare quanto un pubblico specifico possa influenzare i contenuti dei media: Porta a Porta si relaziona con dei telespettatori che alla parola internet collegano all’istante la parola (calcata dai tg, dagli opinionisti ecc…) come videobullismo, pornografia, prostituzione, violenza e chi più ne ha più ne metta. La televisione, impostata così com’è oggi, non chiede di mettersi in gioco in prima persona scegliendo, rielaborando o editando contenuti, cosa che offre la rete; e se oggi i prodotti realizzati e condivisi sul web riescono a perforare la fitta coltre dell’indifferenza della tv generalista, dell’editoria monolitica, della pubblicità cartellonistica e anonima, ciò vuol dire che le cose stanno cambiando e che la convergenza si sta affermando.

giovedì 6 marzo 2008

Donne, due punti


Un uomo che parli di donne suona male. Le donne sono troppo forti, ecco tutto, sono decisamente più forti degli uomini, ciò spiega perchè questi hanno paura (compreso il sottoscritto) e si rassicurano tenendo stretti quei principi della vaga e vana mascolinità. Le donne capiscono senza parlare, ti scrutano nel fondo degli occhi lasciandoti perso come un bambino in cerca dei suoi genitori nel mezzo di una folla anonima. Le donne, viste dagli uomini, sono particolari fisici, linee morbide, tratti aggraziati, capelli che nascondo, occhi che abbagliano; le donne, invece, sanno raccogliere con un solo sguardo la totalità del gesto, la completezza di un individuo, ecco ciò che le rende forti, praticamente invincibili. La società che eleva l’uomo e lo compara al soggetto dominante ha una paura fottuta delle donne, così le demonizza: streghe, puttane, infedeli, cagne e quant’altro. Hai paura, uomo di quello sguardo, hai paura di sentirti sviscerato nell’anima, hai una paura fottuta. Dolci e aspre allo stesso tempo, non so perché, ma quando penso alle donne mi viene in mente il mare di Sicilia, onde morbide e calme e terra brulla ed arida.

Le donne, due punti, poi sta alle parole proseguire, riempire gli infiniti spazi bianchi che si stagliano nell’orizzonte. La definizione di donna o di uomo è impossibile, credo. Sarebbe come voler scolpire l’aria. Filippo Timi è un uomo che, mostrando un bel po’ di onestà intellettuale, non ha perseguito una definizione di donna nel suo E lasciamole cadere queste stelle, ma ha cercato di raccontare, attraverso delle storie, le sensazioni che una donna può provare. Certo, il grosso rischio sta nel provarle indirettamente ovvero grazie ad un’attenta e nitida analisi dell’animo femminile e sperare che quelle parole possano trovare conferma nella mente delle donne. Ciò che stupisce è l’onestà di quelle parole, a detta di alcune donne che lo hanno letto.

Il libro raccoglie parecchie storie al femminile, brevi, sfumate, senza alcun dettaglio oggettivo, ma costruite su velate sensazioni raccolte dai sensi e riproposte in frasi brevi e con un linguaggio asciutto decisamente teatrale. Infatti Filippo Timi è un attore di teatro, comparso anche sulla scena cinematografica e attualmente impegnato nelle riprese del film Come dio comanda di Salvatores. C’è nelle sue storie l’intento di puntare un occhio di bue sulle figure femminili che si alternano nello scorrere delle pagine, offrendo al lettore una sorta di monologo, spesso in prima persona, intenso e impregnato di istanze fortemente umane: amore, piacere, dolore, rancore, noia, ribrezzo, affettuosità, onestà, superbia si mescolano e si concentrano su volti delicati o grotteschi. Leggendo il libro si fa conoscenza con archetipi di donne ora ferme e decise, ora tremanti ed insicure. O forse è l’espressione sincera del lato femminile presente in ogni uomo, spesso tenuto in penombra o addirittura relegato nel fondo delle coscienze, assoggettato da una mascolinità goliardica e balbettante, persa nei suoi borbottii e incantata dalla complessa semplicità di una donna.