
Sto leggendo e scrivendo tanto di questi tempi, ho il comodino che tracima libri. Non è un vanto, anzi, è un problema. Ogni santa mattina suona la sveglia e, cercandola nel buio, puntualmente butto giù le instabili torri di libri. Ciò comporta il risveglio più o meno brusco della mia gatta (Neve), che comincia a passeggiarmi sulla schiena (pesa quasi otto chili, per intenderci), e poi, infine, obbliga i miei genitori a fare irruzione nella stanza sbandierando la classica frase “tanto sarà sveglio, ha suonato la sveglia”. No, dormo.
La morale di questa piccola e striminzita storiella? Leggere fa male, quindi non leggete. E non date retta a manifestazioni di questo genere, sono baggianate, kermesse per topi di biblioteca, un po’ calvi e magari, qualcuno di questi, affetti da alitosi acuta. Leggere è una grande perdita di tempo, obbliga a star fermo per chissà quanto tempo seguendo storie riassunte in frasi, ellissi narrative, chiose drammatiche e varie forme retoriche spruzzate qua e là. Richiede al lettore di crearsi nella mente mondi fantastici, volti immaginari e situazioni che, dall’astrattezza delle parole, si tramutano in immagini concrete. Tutta ‘sta roba dentro il cervello, tutta insieme, pensate che caos.
Leggere rende più liberi, è lo slogan della manifestazione. Forse sarà vero, sta di fatto che io la mattina mi sveglio sempre per colpa dei libri.
