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giovedì 21 agosto 2008

Il ritorno: impegni, propositi e letture

Finiscono le vacanze e tornano a bussare alla porta gli svariati impegni abbandonati qualche giorno più in là sul calendario. La priorità è la tesi, o meglio, le tesi visto che dovrò scriverne due (stravaganze del mio corso di laurea). Sto ultimando le letture. Quella più impegnativa riguarda la diffusione dell’editoria su web attraverso gli strumenti di aggregazione come blog e social network. Un lavoro davvero bello che si plasma meravigliosamente con i miei, più che evidenziati su questo blog, interessi per la letteratura. C’è da leggere, c’è da scrivere, c’è da discuterne. Insomma, quello che si prospetta è un autunno caldo.

Dopo il viaggione in America sono andato a refrigerarmi a Marano Equo, è da quando ho zero anni che ogni estate vado da quelle parti, ho un bel po’ di amici e la settimana vola via senza grandi noie. Questa estate, ricca di esperienze, è stata anche la scoperta di una serie di persone davvero interessanti, qualcuna stravagante, qualcun’altra riflessiva e metodica, e anche qualche riscoperta, cioè persone che si pensavano di conoscere ed invece hanno mostrato nuove doti, belle sorprese.

E poi, come ogni estate, ho pensato tanto. E di idee ne sono maturate un bel po’. Tra queste c’è quella dei miei racconti. Sto per terminare la raccolta (la seconda, sudata e spesso trascurata) dei miei nuovi racconti. Chi li ha letti, gente fidata, dal palato sopraffino, li ritiene un passo in avanti rispetto a quelli di un anno e mezzo fa. Io non saprei giudicarli, anche se quando digito il punto definitivo di ogni racconto rimango abbastanza soddisfatto. Ho seguito, e sto seguendo, i consigli di diverse persone che mi stanno aiutando a tirar fuori la giusta dose di personalità, è un esercizio non facile perché obbliga a mettersi in discussione, a prendere parte al racconto inserendo fatti, emozioni e pensieri provenienti dalla propria esperienza.

Infine le letture. L’estate per me è anche questa, concedersi il lusso di passare più tempo con i libri. Ho letto un paio di bei romanzi. Una buona prova è quella di Enrico Brizzi con il suo L’inattesa piega degli eventi. Io con Brizzi c’ho delle difficoltà nell’approccio con la sua scrittura. Escludendo il primo e citatissimo romanzo (Jack Frusciante è uscito dal gruppo), le altre sue opere le ho trovate noiose, macchinose e poco coinvolgenti, ma a leggerne in giro sulla rete l'ultimo romanzo sembrava interessante e segnava una certa discontinuità col passato. Effettivamente è così. Immaginatevi un’Italia che nel 1960, oltre ad ospitare le Olimpiadi, è dominata politicamente da Mussolini. E poi di un giornalista sportivo, tale Lorenzo Pellegrini, costretto a scontare le sue passioni per le donne con la “retrocessione” a seguire il campionato di calcio della colonia dell’Africa Orientale. Da qui prende vita un mondo inventato fino al più piccolo particolare da Brizzi: una dittatura ipotizzata che si confronta con la realtà del 1960. Niente è lasciato al caso, Brizzi architetta con minuziose descrizioni anche l’assetto politico-sociale dell’Italia mussoliniana: una rottura definitiva con la Chiesa; una dittatura morbida in patria (anche se ancora temuta), baldanzosa e miseramente colonialista nei territori controllati. Per il giornalista Pellegrini il viaggio forzato sarà l’occasione per scoprire e comprendere l’altra Italia, quella di un’Africa che scuote le spalle per scrollarsi di dosso il peso del colonialismo. Il resto è il susseguirsi delle partite e l’avventura del San Giorgio di Addis Abeba, capitanato dallo statuario Aregai, alla conquista del titolo per poter partecipare al Torneo delle Sette Repubbliche (dove si affrontano tutte le squadre più forti dell’Impero, compresa la fortissima Juventus). Bello, in alcuni momenti un po’ ripetitivo, ma comunque un buon romanzo. Interessante l’arrivo del San Giorgio a Roma per partecipare al torneo. Nella capitale Brizzi dipinge l’atmosfera del declino della dittatura con le conseguenti tensioni e reazioni della società disorientata e in mobilitazione.

L’altro libro, terminato di leggere pochi giorni fa, è Narratori delle pianure di Gianni Celati. Sono incappato nella scrittura di Celati grazie a degli studi e approfondimenti, di lui non sapevo assolutamente nulla. Vi basta sapere che il libro in considerazione venne recensito da Italo Calvino, e non per galanteria, ma per una profonda relazione con lo scrittore di Sondrio, infatti nei trenta racconti scritti da Celati, scanditi dal susseguirsi di un viaggio lungo la Pianura Padana (graficamente rappresentato da un percorso su cartina), c’è una certa somiglianza con la scrittura calviniana. Ma se Calvino sembra scrivere con trasparenza e leggerezza, Celati, al contrario, fa uso di immagini concrete e solide, parole sfoltite dal suono, semplici e dirette. I racconti a volte si impregnano di una strana sensazione di vuoto. Il vuoto della pianura, i silenzi delle strade immerse nella nebbia, il cigolare ritmico delle biciclette. Anche i personaggi, descritti a tratti essenziali, prendono parte a questa atmosfera di precario equilibrio, sono immuni da ogni tipo di ulteriore approfondimento o di considerazione etico-sociale: sono i personaggi plasmati per quella storia, punto. Di certo non capita spesso di leggere storie simili e, ancor più certo, è il fatto che in queste storie il distacco, la negazione dell’autore, il senso di vuoto (mi ripeto) è profondo e palpabile. Questo libro lo considero l’altra faccia della novellistica italiana contemporanea, senza proclamare alcuna pretesa letteraria, solo una personale constatazione, quella che nasce dal ramo nodoso e straripante di linfa di Italo Calvino, ma che poi germoglia nelle zone d’ombra, quelle dove non sempre il sole riscalda e dove le storie si fanno sottili come lamine.

giovedì 7 agosto 2008

Avventure a stelle e a strisce


Un piccolo assaggio fotografico lo trovate qui, c'è un pò di tutto ben mescolato. Una delle avventure di questo viaggio in America che effettivamente ci è piaciuta, e mica poco, è quella del citofono di casa del Piggi. Quest'ultimo vociferava che avrebbe scritto lui riguardo questa storiella, non voglio sottrargli l'esclusiva (se però aggiorna il blog, magari...). Domani me ne vado a Marano Equo, come ogni estate vuole. Passo dai grattaceli di New York ai vicoli minuscoli e silenziosi (che neanche GoogleMap riporta) della provincia. Un bel salto di dimensione, non c'è che dire. Ci si rivede poco dopo le ferragosto: buona estate a tutti!
Postilla squisitamente personale: ma perchè l'acqua del water americana è così alta? Ma alta alta, roba che sfiora le rotondità posteriori. Misteri mai risolti per noi miseri europei.
Seconda postilla sempre squisitamente personale: e perchè, se una pietanza, già ben condita, deve essere nuovamente condita fino a perderne il suo sapore originale? Altro mistero irrivolvibile per i nostri stomaci italiani.
Nella foto un cino-tirolese si appresta a fotografare per la ventiquattresima volta la comitiva occhi a mandorla in gita alle cascate del Niagara.

venerdì 18 luglio 2008

ItaloAmericani





Siamo ufficialmente in America. Il viaggio è andato bene, lungo, un pò noioso, ma sostanzialmente tranquillo e senza imprevisti. Giusto all'atterraggio c'è stato uno sbrattare corale, io e Fede abbiamo tenuto fermi i nostri stomaci con grande forza e coraggio.
All'aeroporto abbiamo beccato il Piggione che ci ha teso una trappola da dietro un muretto. Dopo una brevissima sosta a casa siamo usciti ad esplorare Philadelphia. L'impatto non è stato assolutamente traumatico, anzi. Philadelphia è una citta di due milioni e mezzo di abitanti, con un'architettura molto simile a quella delle città nord europee: case basse, strade ordinate, molto verde. Non c'è l'atmosfera della grande metropoli. Abbiamo passeggiato in lungo e in largo il centro, e se non fosse stato per il sonno che ci attanagliava, avremmo girato più a fondo le strade. Oggi dedicheremo l'intera giornata a visitare Philly (la chiamano così, very friendly). Gli housemates del Piggio, i suoi coinquilini insomma, sono davvero simpatici, tutte e due spagnoli. Ieri sera, nonostante il sonno parlavamo della Carrà internazionale (che anche in Spagna è conosciutissima) e di un tale Bruno qualcosa, un cantante italiano trasferitosi in Spagna negli anni settanta e famoso per aver cantato molte canzoncine per bambini (una sorta di Cristina D'Avena).
Insomma, l'impatto è più che positivo, siamo curiosissimi e elettrizzati anche perchè domani si va a New York, la grande mela. Un salutone dagli Italoamericani. Oh Yeah.

mercoledì 16 luglio 2008

Domani si parte


Domani si parte. Stiamo nel pieno dei preparativi, le valigie invadono la camera e, come sempre, la lista “delle cose da portare”, insieme a quella “delle cose importantissime da portare”, sembra non finire mai. In tarda mattina prendiamo il volo, ci aspettano nove ore di viaggio, mi sono portato un paio di libri, Fede decanta grandi dormite così per ammorbidire lo shock del fuso orario (ma davvero è cosi traumatico?), io non credo di riuscire a dormire, la mia testa è un vortice di pensieri. Comunque, a breve avrà inizio la nostra avventura a stelle e a strisce.

Prima tappa, naturalmente, Philadelphia dove atterreremo e dove alloggeremo nella Piggi’s house (o Piggi’s room, mi sa che è meglio). Dopo una breve pausa, si riparte per New York, con noi verrà anche il Piggi che già c’è stato. Il nostro albergo è nel quartiere di Chelsea, Manhattan. Cercherò di immortalare il più possibile e, per evitare noiosissime sequenze fotografiche senza fine, posterò una sintesi dei giorni, poi chi vorrà (pazzo, incosciente, non sai a cosa vai incontro) potrà rivedersele tutte a Roma.

Cercherò di essere reperibile su Skype, chi mi volesse contattare potrà trovarmi ogni tanto da quelle parti, vi scriverò quando e a che ora trovarmi collegato. Nient’altro, l’attesa si fa sentire, spero il peso delle valigie di meno. A presto, ciao a tutti!

martedì 1 luglio 2008

Aggiornamenti (dopo un pò di silenzio)


Dopo un bel po’ di tempo torno a scrivere, scusate il lungo silenzio, ma il mese di giugno è stato pieno di impegni e comunque ne sono uscito tutto intero. Di novità ce ne sono, eccome. La prima, e senza dubbio quella che più ronza nella testa in questi giorni, è il viaggio che dal 17 luglio intraprenderò insieme a Fede per gli Stati Uniti. Destinazione Philadelphia, ospiti del Piggione, curioseremo nel paese a stelle e strisce e forse terrò aggiornato il blog con foto e commenti.

Per quanto riguarda la lettura, invece, ho un po’ di libri in arretrato da proporvi. Non vorrei scrivere per ognuno di questi un post, preferisco quindi lasciarvi un commento globale a questi tre titoli sperando che possano stuzzicarvi. Il primo che ho letto (ordine cronologico) è La banda Bellini di Marco Philopat, romanzo incentrato sulle vicende giovanili e politiche nella Milano degli anni settanta. Io lo definirei un libro di scrittura orale, si perché Philopat riversa nel romanzo le voci dei protagonisti, sembra quasi ascoltare un intervista in presa diretta che non esclude i suoni, le imperfezioni, i balbettii, i rumori insomma che disturbano l’atto del dialogare. La storia segue l’evolversi dei movimenti di sinistra dalla fine degli anni sessanta ai durissimi anni settanta, fino a giungere allo sgretolamento della coesione giovanile. Il libro, a mio parere, qualche volta si incespica, ci sono alcune zone grigie che allentano un po’ l’attenzione, ma complessivamente è un buon libro e una buona testimonianza di quegli anni.

Ho letto, subito dopo, alcune storie di Jack London, precisamente tre racconti della raccolta Racconti dello Yukon e dei mari del Sud, assaporando per la prima volta la scrittura tagliente e asciutta dello scrittore di San Francisco. I racconti di London hanno come protagonista la natura e le sue manifestazioni, a volte splendide, altre volte spietate. Il confronto tra uomo e natura, nel freddo del Nord America o nel caldo asfissiante dei mari del Sud, si incentra sull’leitmotiv “la natura non conosce il senso dell’etica”, e di conseguenza uccide o lascia vivere, sottrae o dona senza alcuna remora. Ho letto alcuni dei racconti di London perché, dopo aver visto Into the wild e approfondendo la storia di Christopher McCandless, ho scoperto che il viaggiatore senza meta era un appassionato dei racconti di Jack London. Effettivamente quella natura selvaggia ed ostile che Christopher affronta e cerca di conoscere, è descritta perfettamente dallo stesso London. L’uomo ha paura della natura perché sa che questa non limita la sua azione, perché la vita in natura è della natura, non si estranea in luoghi artificiali come le nostre città, e quando l’uomo tenta di domarla, la natura, questa si dimena e scalcia lasciando ferite profonde, a volte indelebili se non irrimediabili. L’uomo americano di fine ottocento che smania alla ricerca dell’oro, impatta spaventosamente con la realtà dura e cruda della natura: i meno trenta gradi del gelido nord che troncano le dita dei piedi o la solitudine straziante degli inverni passati, sono gli ostacoli che la natura interpone tra il volere dell’uomo e il suo completamento. E così gli eventi naturali diventano personaggi attivi, capaci di cambiare il destino degli uomini senza (ed ecco ciò che più inquieta Jack London) nessun senso di arbitrio, senza alcuna spiegazione antropocentrica. Se un libro o un racconto lascia qualcosa, allora è il caso di dire che la scrittura di London offre notevoli spunti per riflessioni: da leggere.

Infine l’ultimo libro che ho letto, terminato ieri sera, è L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli. E’ la colonia italiana di fine ottocento a fare da scenario: Massaua e l’Eritrea italiana, il caldo asfissiante dell’Africa, il sudore sui vestiti occidentali, le donne africane nude, i giovani soldati strappati dalle realtà rurali (e così differenti da regione a regione) e costretti a marciare sotto un sole cocente, tutto questo, e una storia avvincente, è il libro di Lucarelli. L’intreccio dinamico rende la storia sempre più interessante, ma, in aggiunta, è il contesto storico a far da padrone. Lucarelli utilizza una mole di particolari storici che rende al meglio l’ambientazione del romanzo e, soprattutto, modella a tutto tondo le caratteristiche dei personaggi. Tra queste quella di Vittorio che fa le magie, ovvero fa sparire parti dei materiali inviati da Roma, e poi Aicha, una commistione di femminilità e istinto felino, che usa un linguaggio incomprensibile, un mistero in quel vortice di dialetti italiani. L’ottava vibrazione è un romanzo coraggioso, si perché Carlo Lucarelli scommette in un romanzo per nulla facile, lontano dalle sue opere e imprese multimediali, la sconfitta di Adua è una pagina sottovalutata della nostra storia e lo scrittore di Parma cerca di ridarne luce e visibilità seguendo un ottimo intreccio tra dati storici e fiction. Forse il numero delle pagine allenta una storia che poteva essere ridotta, ma complessivamente l’impresa è riuscita, Lucarelli è da best-seller.