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lunedì 27 ottobre 2008

Pillola #7

«Mica parlo di razzismo io», mi dice sbuffando il fumo della sigaretta con forza, quasi volesse spingerlo oltre quel muretto, quella strada, quel quartiere. Alessandro, per tutti Ale, è un uomo di quindici anni, ha il motorino e un casco sommerso di dediche, «una di queste è quella della mia ragazza, però mica ti dico qual è», sembra quasi una sfida. La storia del cinese pestato non gli va giù. Anche il resto della comitiva la pensa come lui, il razzismo non c’entra proprio niente. Allora cos’è? A questa domanda gli occhi di Ale si spengono, ma solo un attimo, un brevissimo istante, devi essere capace di coglierlo quel momento perché, dicono, è lì che si manifesta al meglio l’essenza dell’adolescente di oggi. «E’ altro, non so come spiegarti». Una sua amica dice che ci sono troppi stranieri e che, pur apprezzando Che Guevara a lei, i romeni, proprio non piacciono. «C’ha pure il postere del Che in cameretta» dice Ale e la ragazza, imbarazzata recupera dicendo che però alle elezioni ha votato Fini. E del cinese ricoverato? «Boh» rispondono in coro. Boh rispondono le mura dei palazzi annerite dalla notte.

sabato 27 settembre 2008

Rincorrendo un pensiero


Ci sono momenti nella giornata durante i quali penso al blog e a quello che potrei scrivere. Affiorano idee, commenti, polemiche e recensioni che si spintonano nei miei pensieri, ognuno vorrebbe essere il primo a trasformarsi in parole. Ma poi le ore scorrono, gli impegni si accatastano tutti dritti dritti sulla mia scrivania ed ecco che le idee volano via, chissà per dove poi. Però qualcosa è rimasto. Ho letto Palomar (il nome al personaggio principale del libro è un chiaro riferimento all'osservatorio astronomico vicino Los Angeles) di Italo Calvino. Da tempo il libro attendeva impaziente sul mio comodino (che sembra un parcheggio di libri mal custodito ), non potevo non notare un evidente strato di polvere spessa e grigiastra concentrata sulla copertina. Leggendolo mi maledicevo: come ho fatto a non leggere questi racconti prima di oggi? Palomar è un libro stracolmo di pensieri, di idee e di riflessioni tendenti verso la “filosofia masticata”. Intendo, per filosofia masticata, quella capacità della filosofia di farsi capire da tutti, e che non sempre viene adottata. La semplicità, a volte, rende tutto molto complesso. Credo che in questo Italo Calvino abbia sempre creduto. Il libro è consigliato, naturalmente; e non posso fare a meno di riportare una mia piccola e modestissima reazione post-lettura.
Come scrive Calvino nella nota marginale, il libro è suddiviso in tre aree tematiche: la prima è dedicata all’esperienza visiva, la seconda approfondisce il tema antropologico e culturale, la terza, infine, tende a caratterizzarsi nel tema della riflessione. E’ la seconda area che ho trovato più interessante, in particolare il racconto in cui il signor Palomar osserva dal suo terrazzo i tetti di Roma. Una particolarissima descrizione di Roma vista dai tetti (sembra quasi un dipinto minuzioso, attento a riportare tutte le linee, le luci e le ombre delle architetture) introduce questa riflessione
:«Nulla di tutto questo può essere visto da chi muove i suoi piedi o le sue ruote sui selciati della città. E, inversamente, di quassù si ha l’impressione che la vera crosta terrestre sia questa, ineguale ma compatta, anche se solcata da fratture non si sa quanto profonde, crepacci o pozzi o crateri, i cui orli in prospettiva appaiono ravvicinati come scaglie di una pigna, e non viene neppure da domandarsi cosa nascondano. Così ragionano gli uccelli, o almeno così ragiona immaginandosi uccello, il signor Palomar. “Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, conclude, ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile».
Insomma, non leggerò mai tutti i libri che la vita mi offre; non conoscerò mai tutte le persone che la terra accoglie; non capirò mai tutte le teorie che i pensatori producono; non saprò amare mai tanto quanto basta; non toccherò mai tutta la superficie del mondo eppure non posso fare a meno di provarci. Io, noi siamo incompleti. Ecco perché rincorriamo perpetuamente la perfezione e non la acciuffiamo mai, ma facendo questo, diamo vita a cose fantastiche ed orribili allo stesso tempo.
«Rileggendo il tutto, m’accorgo che la storia di Palomar si può riassumere in due frasi: “un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”».
Postilla decisamente personale: ho finito gli esami. Ci tenevo a scriverlo, ohibò.

giovedì 4 settembre 2008

Pillola #3

Nino apre le ali, una leggera brezza lo sfiora. Nino è cielo e terra, Nino della notte si colora.
E così la gente si accalca ai piedi del palazzo, i vigili del fuoco si fanno spazio tenendosi stretto il loro casco. Il Lungotevere, senza neanche accorgersene, continua a far scorrere lento le auto.

lunedì 1 settembre 2008

Pillola #2

La signora anziana legge un giornale gratuito e commenta scandalizzata lo “scempio” che ieri hanno imbastito alla stazione. «Non se ne può più», confessa con sdegno alla sua amica accanto, «questi vanno presi a mazzate, punto e basta». L’amica, senza distogliere lo sguardo dalla rivista scandalistica che in copertina è un bel collage di chiappe al vento, fa cenno di si con la testa. «E poi», incalza la prima, «’sti napoletani non c’hanno rispetto, sono proprio ignoranti». L’altra, continuando a leggere dice «il marito di mia figlia è di Napoli». «Che brava persona», risponde con tono asciutto la prima girando pagina.

sabato 23 agosto 2008

Pillola #1

Pillole è la nuova rubrica di questo blog. Senza alcuna cadenza precisa posterò piccole storie che vivo. Buona lettura.
Il bus 86 fermo al capolinea Termini sembra una piccola balena con le branchie aperte. La gente entra con calma, tanto il motore è spento. Una filippina chiacchiera al telefono, il tono di voce aumenta di frase in frase. Una famiglia di turisti, tutti bianchissimi e con i capelli biondissimi, entra affannata nel bus, i bambini si precipitano ad occupare i sedili, il papà se la ride. Un uomo dalla pelle nera e asciutta entra con occhi tristi dalla porta di fronte alla posto di guida. Si siede di fronte a me non nascondendo un certo stato di ebbrezza, causa il forte odore di alcool. Nasconde il viso dal sole ancora in cielo, fiero e rovente, nonostante le sei e mezza di pomeriggio. La voce della filippina aumenta, ora si mette anche a gesticolare, quasi volesse descrivere con ampie bracciate ciò che racconta a chi sta dall’altra parte del telefono. Il bus parte borbottando un po’, si accende l’aria condizionata, a confermarlo un leggero ronzio. La voce della filippina è assordante, il tipo di colore sbotta, le urla un richiamo, quella si gira staccando il cellulare dall’orecchio, lui le fa il gesto di zittirsi, lei alza le spalle e riprende a cinguettare. Il resto del bus si rammarica per la battaglia persa. La famiglia di turisti finge di interessarsi alla guida della Lonely Planet; una ragazza aumenta il volume dell'Ipod. Il valoroso uomo di colore ora affonda il viso nelle sue mani nodose, si dispera, dovrà sopportare quella voce stridula fino al momento della sua fermata. Tanto vale chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dall’ammortizzatore.

martedì 29 aprile 2008

Thank you


Dopo i primi risultati certi che davano Gianni Alemanno in netto vantaggio su Francesco Rutelli, per le elezioni del sindaco di Roma, i tassisti sono scesi in piazza ed hanno dato il via ai caroselli ed ai festeggiamenti. Forse erano a lavoro e, sentendo la radio, avranno mollato i clienti da qualche parte e saranno corsi a tutto gas verso il Campidoglio. La vittoria di Alemanno era prevista più da quelli che avrebbero dovuto votare Rutelli che, al contrario, dai sostenitori del centrodestra. L’elettorato di centrosinistra era consapevole della candidatura debole di Rutelli, piovuta dall’alto, e non è riuscita ad apprezzare un volto che non incarnava la novità e il cambiamento che il Partito Democratico persegue dal giorno della sua costituzione. La capitale è in mano ad un uomo dal passato inquieto che ha puntato la sua campagna elettorale sul fattore Roma uguale violenza dipingendola come la città più pericolosa d’Italia. Sarà, sta di fatto che la città con la più alta percentuale di rapine è Milano, non Roma. Aspettiamoci grandi cose da un sindaco che in passato ha scontato otto mesi di carcere per lancio di molotov, soprattutto riguardo al problema sicurezza.

Ma i più sentiti ringraziamenti vanno a chi ha consentito che a Roma salisse al Campidoglio un personaggio simile. Allora grazie alla Sinistra Arcobaleno, pronta a vendicarsi della presunta cannibalizzazione avvenuta alle elezioni politiche, non votando Rutelli, i compagnoni hanno preferito un sindaco pseudofascista che si lascia salutare, durante i festeggiamenti per la vittoria elettorale, in un modo alquanto incostituzionale, così da potersi legittimare ancora come opposizione e trovare motivo di esistere. E grazie mille alla lista civica di Beppe Grillo, la loro decantata anti-politica applicata alle realtà locali sembra far comodo alla peggiore politica d’Italia, quella che ha come leader il “Testa d’Asfalto” come lo chiama il loro ispiratore. E infine un grazie di cuore al loft del PD che ha partorito la scelta di Rutelli come sindaco di Roma, mi chiedo quali luminari della politica abbiano potuto indicare nella scelta dell’ex sindaco della capitale, la carta vincente per controbattere il trend delle politiche decisamente spostato a destra.

Si profilano tempi cupi, ma tanto noi siamo abituati a darci le martellate sui coglioni e subito dopo contemplare le stelle, infondo cosa potrà riservarci il futuro di così tanto drammatico?

mercoledì 2 aprile 2008

Mangiarsi le fragole a gennaio

Lo so, scrivere di uno spettacolo teatrale ormai terminato non è molto utile soprattutto per chi lo promuove, fatto sta che non posso fare a meno di scriverne qualcosa, quindi non biasimatemi.

Fatta la premessa vi racconto di Fragole a gennaio, uno spettacolo teatrale divertente, coinvolgente, dai ritmi dinamici e dalle situazioni mai scontate o prevedibili. E poi la grande professionalità dei suoi quattro giovani attori, capaci di spaziare nella recitazione ora con ilarità e guitti comici, ora con riflessione e toni pacati, sorregge le impalcature della storia scritta originariamente da Evelyne de la Chenelière. La vita di Francois personaggio magnetico dal carattere fresco e colorato, interpretato meravigliosamente da Josefia Forlì, si intreccia con quella di Sophie sua coinquilina, una ragazza stravagante in bilico nel suo umore altalenante e sfuggente, l’interpretazione di Claudia Salvatore riesce a riprodurre tutte le sfumature e le imperfezioni del personaggio. C’è poi Robert un professore di letteratura dall’animo eclettico, anticonformista, profondamente radicato nelle sue convinzioni, lontano dagli studi perché deciso a prendersi un anno sabbatico, è Riccardo Monitillo ad interpretarlo e lo fa benissimo mostrando le spigolature del personaggio, le sue insicurezze nascoste da uno spesso strato di falsa saggezza. Infine c’è Lea, dalla interpretazione di Enrica Nizi si comprende lo stato d’animo, anche esso complesso, ma più ingenuo e sincero rispetto a quello degli altri personaggi, forse il vivere lontano dalla città e dalle sue complessità rende Lea utile a ristabilire un ordine dei sentimenti vorticosamente messi in discussione durante la storia.

Mi sono divertito, la storia mi ha fatto pensare, sorridere e, perché no, appassionare alle vicende di Francois immerso nella rete di rapporti perennemente in bilico tra la realtà (a volte dura, ma ricca di finali “alternativi”) e il vivere in un film con le sue luci, le inquadrature, le musiche (un film senza musica non coinvolge, e poi nel film il finale è quello e basta). Complimenti ad Alessio Mosca il regista esordiente e all’organizzazione che ha saputo promuovere attraverso il web, in modo intelligente e dinamico, lo spettacolo, e perché sono stati capaci di dar vita ad una piccola e sorprendente messa in scena dei sentimenti nelle loro infinite sfaccettature.

martedì 22 gennaio 2008

Un autobus per capire


Quando avevo poco più di diciotto anni e il mondo mi stava stretto, uscivo di casa e prendevo l’autobus 715. Il mitico 715. L’autobus che, partendo da S.Paolo arriva fino a Piazza Venezia. Era un toccasana prenderlo e andarmene via, scivolare nel traffico appoggiato con la testa al finestrino, là fuori, il mondo, si contorceva in lamiere strombazzanti, io invece, guardavo con occhi ingenui. Così iniziai a bazzicare per il centro. Una, due, tre volte. Quando l’autobus arrivava al capolinea, di fronte la scalinata per il Campidoglio, sbuffava esausto, apriva le sue porte e lasciava che i passeggeri uscissero come formichine ben istruite. Tutti prendevano una direzione diversa: i turisti si lasciavano trasportare dall’entusiasmo, ripetendo più volte, come una cantilena propiziatoria “oh my god, oh my god”. Gli anziani a braccetto si facevano spazio nel girone infernale di Piazza Venezia, inveivano silenziosamente su quella Roma irriconoscibile ai loro occhi.

Così, in una delle mie libere uscite per il centro, incappai nella libreria Feltrinelli. Ci andai perché costretto: dove acquistare un romanzo per la scuola, se non ricordo male, era Tre croci di Federigo Tozzi. Leggevo fumetti in quegli anni, ma niente più. I libri mi annoiavano mortalmente, se prendevo in mano un libro, intendo un romanzo, era solo perché i professori mi obbligavano a farlo, altrimenti non ne provavo alcun bisogno. Comunque, la libreria mi fece una buona impressione, così decisi di tornarci e comprai un paio di libri da me scelti.

Sulla via del ritorno, spaparanzato sul sedile grigio chiaro del 715, mi misi a leggere quello che avevo acquistato: una puttanata, ma all’epoca non ne ero cosciente. Mi piaceva osservare le facce di chi avevo accanto. Insomma, ero un ragazzino con un libro in mano, e per di più lo stavo leggendo, come minimo dovevo suscitare lo stupore di tutti i passeggeri. Così non fu. Durante il tragitto, capii che il libro era qualcos’altro, era un concetto più profondo, decisamente più complicato. Aprire un libro non significava realizzarsi, anzi, col tempo capii che un libro conteneva molte più domande che risposte. Per la prima volta assaporai l’arbitrarietà del reale e le mille forme che può assumere. Fu il crollo di uno dei miei tanti preconcetti infilati nella zucca per tutta l’adolescenza; ciò che un professore non era riuscito a farmi capire, cioè della fragilità dell’apparenza e della solidità del contenuto, lo avevo appreso in uno dei miei vagabondaggi post-adolescenziali.

Ecco, a questo punto dovrei parlare di Renèe e della sua storia. Si, perché leggendo L’eleganza del riccio, ho pensato a quello che ho scritto sopra. La profondità dell’animo della portinaia di rue de Grenelle si misura con la conoscenza di essa attraverso mille e più elucubrazioni più o meno intimiste. Non mancano, anche in questo caso, ingombranti luoghi comuni, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, ma è certo che, addentrandosi nel libro, si pensa in modo differente e poco banale. La professoressa di filosofia, Muriel Barbery, autrice del romanzo, impasta una storia in prima persona con tante riflessioni filosofiche mai pedanti. A qualcuno il libro è apparso molto schematico, anzi, lo ha addirittura considerato un sollazzo romanzato per single trentenni che votano rifondazione. Mi ha fatto ridere tale considerazione, però un po’ ci azzecca. Effettivamente, leggendo il libro, si incotrano alcuni schemi retorici tipicamente sinistrensi, ma è altrettanto vero che la stessa Barbery ogni tanto lancia accuse più o meno velate indirizzate proprio ai preconcetti tipici del mondo intellettuale di sinistra. La portinaia, in una delle sue riflessioni, si chiede perché dei giovani borghesi di sinistra si ostinino a vestirsi come dei straccioni; o perché, la filosofia universitaria, si chiude nel suo ambiente, senza applicare all’esterno ciò che studia, senza offrire al mondo le sue fatiche. Queste sono domande che stimolano in me riflessioni. Ecco cosa cercavo dai libri in quel mio girovagare sull’autobus: capirmi un po’ di più attraverso le parole stampate.

sabato 3 novembre 2007

Periferie precarie

Io sono uno fortunato. Io non vivo in periferia. La mia famiglia può permettersi di sostenermi negli studi; mi lascia pensare, studiare, riflettere. Insomma, il tempo che ho per scrivere questo post è un lusso, lo so. Ma in un futuro prossimo riempirò le file di chi si sostiene con poco e, il mio futuro tenore di vita, avrà poco da darmi. Ecco perché il connubio tra periferia e precariato indicato da Celestini mi ha fatto riflettere, mi ha toccato nel vivo. Seguitemi.

Il termine precario è un calderone che bolle e ribolle, e che emette strani odori differenti, alcuni difficilmente distinguibili. La periferia è lo scenario che accoglie le vite precarie, Roma ne è un esempio. Ascanio Celestini nel suo articolo su l’Internazionale approfondisce con estrema accuratezza, e con una semplicità narrativa esemplare (forse il suo vero pregio), la questione del precariato. Il suo ultimo lavoro è un documentario su questo problema dal nome Parole sante. L’articolo entra in profondità attraverso le storie precarie dei dipendenti dell’Atesia, il più grande call center italiano. L’azienda è tristemente nota come esempio di flessibilità e, di conseguenza, precarietà. L’Atesia sorge in una delle aree periferiche di Roma tra enormi agglomerati come Decathlon, Le Roy Merlin, Ikea e Mondo Convenienza.

La periferia di Roma è pazzesca. E’ un miscuglio di grandi e luminose insegne, di auto imbottigliate, di svincoli e rotatorie appena costruiti, di terra brulla e pilastri che crescono come margherite. Chi vuole acquistare una casa oggi, sa bene che il mercato immobiliare romano oltre il GRA, confine economico della capitale, qualcosa offre, a prezzi relativamente modici. La politica nelle periferie pone la stessa attenzione che al problema del precariato: zero, o quasi. Marco, di 43 anni, soggetto di una delle storie raccontate da Celestini nel suo documentario, scrive questo sulla politica e i suoi attori: "sono completamente separati dalla realtà. Al massimo quelli di sinistra riescono ad interpretarla, ma non la vivono e non la conoscono". Sono d’accordo con Marco, è così. La sinistra di Roma si è rinchiusa nel suo “centro storico”, non ha più nessuna interlocuzione dal basso, si è completamente trasformata in politica intellettuale. Il centro di Roma nido della cultura, seppur caotico, seppur incastrato tra vecchie mura e cantieri aperti, ha mostrato dei progressi. La periferia, invece, sembra una cisti in perenne mutamento.

Qual è la periferia romana? Ogni giorno nasce un nuovo palazzo, un nuovo centro commerciale. Ogni santo giorno si alzano da terra strutture mastodontiche costruite con il sudore e spesso il sangue, degli operai, magari per loro fossero precari! I romeni, ma in generale tutti i clandestini, servono a questo: a riempire le file di quegli operai che in nero costruiscono enormi strutture luminose e pesanti. E il precario, quello si in regola, ma con uno stipendio da fame, compra i prodotti a basso costo in quei centri commerciali. Come scrive Celestini: “il pensiero che fa pensare al panino da 50 centesimi come un’opportunità e invece è una galera”.

L’Ikea e la sua convenienza, i suoi mobili a poco, a niente, è un affare. Scrive Celestini:

La simbiosi tra il mobile componibile pensato in Svezia e costruito in Cina a basso costo e l’operatore a cui hanno fatto credere di aver raggiunto un traguardo acquistando una nuova libreria con il basso stipendio consentito dal suo lavoro quasi cinese.

Cosa me ne farò di una libreria a poco prezzo se non potrò mai riempirla di libri?