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lunedì 6 ottobre 2008

Oscillococcinum


Sabato mi sono preso tutta, o quasi, la pioggia di Roma. Sono raffreddato ed ho la tosse. Addirittura mi cola il naso, tanto per capirci. Il pronto intervento materno mi ha tempestivamente consigliato l'assunzione in dosi massicce di Oscillococcinum, un medicinale omeopatico che sta facendo il suo lavoro (tosse, hai giorni contati). Sabato sera sono rimasto a casa, precisamente infagottato nel letto. Ho finito di leggere Il corpo e il sangue di Eymerich di Valerio Evangelisti (poco attraente, poco tutto); mi sono letto tre quarti dell'ultimo numero dell'Internazionale (c'è un articolo di David Rieff sulle imminenti elezioni presidenziali americane molto interessante, mi ha colpito la definizione di Obama come la figura medievale del Re Taumaturgo, da leggere). Ieri sera sono stato al cinema con Fede, ci siamo piacevolmenti intrattenuti con l'ultima fatica dei fratelli Cohen, Burn after reading: una divertentissima e cinica carrellata dei sintomi dovuti alla decadenza (culturale? sociale? economica? politica? un pò tutto?) americana, da vedere.
E dopo questo week end molto acculturato, da bohemien un pò smorfiosetto, ritorno a scrivere la tesi, si prospetta una settimana campale, dove l'aggettivo campale non descriverebbe al meglio lo "scuotimento" dei miei poveri neuroni.

mercoledì 9 luglio 2008

Black list


“Ma ci sono libri che non ti sono piaciuti?” Effettivamente, parlando con chi bazzica sul mio blog, qualcuno mi ha chiesto se, oltre ai bei libri recensiti, esistessero libri da black list, quelli che proprio non mi sono piaciuti. E’ mio costume non scrivere di quei libri che a me sono sembrati poco interessanti, non per censura, neanche per sferragliare a testa bassa sui binari d’acciaio dei libri più venduti, tanto meno per non offendere l’autore (se poi davvero leggerà questo blog); scrivo quando un libro ha acceso un interruttore nella mia testa: nuova luce in una zona d’ombra. E quando si rischiara un luogo poco conosciuto, è la curiosità e l’interesse a far da padrone, sono loro che mettono in moto i neuroni e mi permettono di scrivere e commentare.

I giudizi, di per sé, non mi piacciono. Insomma, un libro è qualcosa in più di un aggettivo “bello” o “brutto”; un libro è molto meno di una sintesi esaustiva e totalizzante del mondo che viviamo. Un libro è un’impressione, una sensazione condensata in parole, una struttura narrativa formale che nel racconto trova un valido strumento per comunicare qualcosa di più profondo: lo schema del nostro ragionare. Per me leggere è connettersi con i pensieri dell’autore, è un confronto nella sfera virtuale e orizzontale della lettura tra chi comunica con un testo e chi riceve (non passivamente, perché leggere è attività, è azione intellettiva, o no?). Può accadere che la comunicazione sia disturbata. I fattori? Ce ne sono milioni, sono incalcolabili. E’ in tal caso che un libro, a mi giudizio, non riesce ad esprimere il suo potenziale nella soggettività del lettore. Ci sono stati libri, se pur validi, se pur giudicati buoni o addirittura ottimi libri, che io non ho ritenuto tali. Ma questo va oltre un’analisi stilistica, rientra in quello scritto qui sopra. Ecco perché non scriverò di quei libri che non mi sono piaciuti, almeno che, questi ultimi, non trasmettano comunque qualcosa, un valore aggiunto, della benzina per il mio cervello.

Quindi niente black list, nessuna Serie B secondo Andrea. Preferisco raccontarvi quello che provo leggendo qualcosa di stimolante, ricreare in qualche modo l’atmosfera che ho percepito leggendo storie coinvolgenti e penetranti. I libri sono così tanti che, per forza di cose, non si riuscirà mai a leggerli tutti, tanto vale progettare tattiche di lettura seguendo il proprio gusto, il proprio istinto e, ogni tanto, lasciarsi trasportare dal caso.

L'illustrazione è di Ricardo Biriba.

domenica 8 giugno 2008

Seguendo la pista dell'immaginazione


Dicono che le storie sono l’ascensore verso l’infinito. La ricerca di una storia si compie sul piano dell’infinito. Le storie esistono, tutte, c’è solo da trovarle, fiutarle e, infine, catturarle in una frase, un paragrafo, un capitolo, un romanzo. Quando scrivo spesso concretizzo esperienze personali in parole, poi aggiungo la storia ovvero quella scandirsi del tempo che permette al lettore di poter viaggiare lungo il piano narrativo perdendo completamente la dimensione del reale, entrando, definitivamente, in quella dell’infinito. Il tempo nelle pagine di un romanzo non ha senso. Il tempo nel leggere un libro, nell’immedesimarsi in una storia è un rallentamento della nostra percezione del vivere. Stiamo mettendo in pausa (o quasi) la nostra archiviazione di dati percettori che si tramutano in esperienza, per abbandonarci all’immissione di esperienze esterne codificate in parole pronte per essere elaborate dal nostro cervello in visioni mentali. E’ un processo immaginativo questo che ci obbliga a proiettarci in una dimensione alternativa a quella che normalmente percepiamo.

Ieri sera ho visto Into the wild, un film che straconsiglio ha tutti e, in contemporanea, ho iniziato a leggere I racconti dello Yukon e dei mari del sud di Jack London. Leggerò alcuni racconti, cercherò di fermare il tempo tra le pagine impregnate di avventure, di storie di uomini e cani tra le fredde piste del Nord America. Poi vi dico.

giovedì 11 ottobre 2007

E' per questo che scrivo


Questo è il primo post che scrivo senza dargli subito un titolo. Di solito, quando sto per aggiornare il blog, ho già in testa un titolo, stavolta no. Sto continuando a scrivere la sera, quando ho più tempo. Non riesco a trovare la costanza, quindi capita che per giorni il romanzo (chiamiamolo così...) resti in sospeso. Il personaggio principale sta assumendo una sua vera indentità, credo che abbia già la forza di uscire dalle righe ed entrare nell'immaginario. Adesso, per di più, ha avuto un primo contatto con il suo mentore, raffigurato nella foto; sarà questo a dare uno slancio, decisamente surreale alla storia.
Negli ultimi tempi ho ricevuto apprezzamenti per Ore piccole, raccolta di racconti scritta nell'inverno di questo anno. Ogni volta che ricevo dei commenti positivi un pò mi imbarazzo, e poi, in un secondo momento, affiora la solita maledetta domanda: "ma sarò bravo a scrivere?". Io non lo so se sono bravo a scrivere, se riesco, ogni volta, ad esprimermi correttamente o a far vivere l'emozione della storia che sto scrivendo a chi (poveretta/o) leggerà le mie parole. Questa insicurezza mi lascia sempre con un punto interrogativo enorme che non riesco a scacciare. Però di una cosa sono certo, da quando ho iniziato a scrivere, non sono più riuscito a smettere. Scrivere è una gran bella cosa e credo che aiuti molti a conoscersi; forse, prima ancora di far leggere delle storie alla gente, chi scrive vuole raccontarsele per sè, meravigliarsi del racconto prodotto dal cervello e sognare un pò ad occhi aperti. Forse è per questo che scrivo, e sicuramente questa frase è il titolo del post.