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lunedì 20 ottobre 2008

La verità della città di K.


Lucas e Mathias sono due fratelli scaraventati a casa della nonna perché la guerra sta arrivando in città, la madre teme per la loro incolumità. Vanno a vivere in campagna, vicino la città di K. E’ la nonna che li prende a sé, ma li chiama “figli di cagna”, non li vuole tra i piedi, sono un peso. Il nonno è morto da tempo tutti, in paese, conoscono il motivo per cui è morto, avvelenamento, ma la nonna ha sempre negato. I due fratellini si fanno coraggio, e dopo i primi giorni difficili decidono di “esercitarsi” a non sentite più nostalgia della madre, di non provare più dolore fisico, di non soffrire più la fame: di non provare più nulla. E mentre i primi colpi di tosse della guerra pian piano si trasformano in tuoni capaci di far tremare pure l’anima, Lucas e Mathias si irrobustiscono, uccidono animali per non provare paura nell’uccidere, si picchiano a tal punto di superare la soglia del dolore, si rendono utili nel lavoro in campagna, raccontano tutto in un quaderno, ogni aspetto della giornata è riportato nella cronaca della loro vita. Le azioni dei due fratelli, i pensieri addirittura, sembrano partire da un unico corpo, una sincronia perfetta, a volte raggelante. Ma poi la guerra cala nel delirio, urla di donne a cui hanno strappato la loro intimità, corpi mozzati, case bruciate, soldati ubriachi, canti di gioia dei militari “liberatori” che si scatenano nelle osterie, i due fratelli assistono a tutto questo senza interpretare, senza conservare quelle immagini, semplicemente vivendo.
E se tutto quello scritto finora fosse solo una “grande menzogna”? Uno dei due fratelli non esiste, la campagna, i personaggi che popolano la città di K. e le storie che ruotano attorno ad essi sono solo il frutto di una grande, seppur realissima menzogna.
Trilogia della città di K. di Agota Kristof è un libro bellissimo ed allo stesso tempo terribile. E’ come poggiare i gomiti su un piano instabile. Ogni volta la superficie si ribalta, mostrando ora un lato della storia, ora un altro. Quale, tra questi due, è il lato “giusto” il lettore non può comprenderlo, ma può, al contrario, lasciarsi trasportare da una scrittura asciutta, diretta, priva di sfumature, composta solamente da immagini vivide, dai contorni netti ed affilati. Solo la guerra, a pensarci bene, è ciò che rimane: l’elemento di continuità tra un cortocircuito narrativo e l’altro. Tutte le storie, di tutti gli uomini, per quanto differenti nelle loro personali vicende, sembrano essere marchiate da un comune segno, quello della guerra. Lucas e Mathias, allora, altro non sono che testimoni delle vicende corali che la città di K. ha vissuto, se poi i due fratelli siano realmente vissuti questo, la città di K., non può dirlo. Neanche le pagine del libro possono farlo. E quando neanche la scrittura porta con sé la verità, allora chi può negare veramente l’esistenza dei due fratelli, Lucas e Mathias, durante la guerra che colpì la città di K.?

domenica 5 ottobre 2008

Pillola #5

Cammina veloce sotto la pioggia fitta. In una mano regge l'ombrello, con l'altra parla al telefonino. Piange. Se la prende con qualcuno definendolo un immaturo, uno che ha perso la testa solo per una notte, niente più. Dall'altra parte del telefono qualcuno tenta di consolarla. Ma lei risponde con un laconico no. Alla fine aggiunge "e poi dovresti vedermi ora, seppur con l'ombrello, mi sono inzuppata". Oggi è una brutta giornata.

giovedì 4 settembre 2008

Pillola #3

Nino apre le ali, una leggera brezza lo sfiora. Nino è cielo e terra, Nino della notte si colora.
E così la gente si accalca ai piedi del palazzo, i vigili del fuoco si fanno spazio tenendosi stretto il loro casco. Il Lungotevere, senza neanche accorgersene, continua a far scorrere lento le auto.

lunedì 1 settembre 2008

Pillola #2

La signora anziana legge un giornale gratuito e commenta scandalizzata lo “scempio” che ieri hanno imbastito alla stazione. «Non se ne può più», confessa con sdegno alla sua amica accanto, «questi vanno presi a mazzate, punto e basta». L’amica, senza distogliere lo sguardo dalla rivista scandalistica che in copertina è un bel collage di chiappe al vento, fa cenno di si con la testa. «E poi», incalza la prima, «’sti napoletani non c’hanno rispetto, sono proprio ignoranti». L’altra, continuando a leggere dice «il marito di mia figlia è di Napoli». «Che brava persona», risponde con tono asciutto la prima girando pagina.

sabato 23 agosto 2008

Pillola #1

Pillole è la nuova rubrica di questo blog. Senza alcuna cadenza precisa posterò piccole storie che vivo. Buona lettura.
Il bus 86 fermo al capolinea Termini sembra una piccola balena con le branchie aperte. La gente entra con calma, tanto il motore è spento. Una filippina chiacchiera al telefono, il tono di voce aumenta di frase in frase. Una famiglia di turisti, tutti bianchissimi e con i capelli biondissimi, entra affannata nel bus, i bambini si precipitano ad occupare i sedili, il papà se la ride. Un uomo dalla pelle nera e asciutta entra con occhi tristi dalla porta di fronte alla posto di guida. Si siede di fronte a me non nascondendo un certo stato di ebbrezza, causa il forte odore di alcool. Nasconde il viso dal sole ancora in cielo, fiero e rovente, nonostante le sei e mezza di pomeriggio. La voce della filippina aumenta, ora si mette anche a gesticolare, quasi volesse descrivere con ampie bracciate ciò che racconta a chi sta dall’altra parte del telefono. Il bus parte borbottando un po’, si accende l’aria condizionata, a confermarlo un leggero ronzio. La voce della filippina è assordante, il tipo di colore sbotta, le urla un richiamo, quella si gira staccando il cellulare dall’orecchio, lui le fa il gesto di zittirsi, lei alza le spalle e riprende a cinguettare. Il resto del bus si rammarica per la battaglia persa. La famiglia di turisti finge di interessarsi alla guida della Lonely Planet; una ragazza aumenta il volume dell'Ipod. Il valoroso uomo di colore ora affonda il viso nelle sue mani nodose, si dispera, dovrà sopportare quella voce stridula fino al momento della sua fermata. Tanto vale chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dall’ammortizzatore.

domenica 8 giugno 2008

Seguendo la pista dell'immaginazione


Dicono che le storie sono l’ascensore verso l’infinito. La ricerca di una storia si compie sul piano dell’infinito. Le storie esistono, tutte, c’è solo da trovarle, fiutarle e, infine, catturarle in una frase, un paragrafo, un capitolo, un romanzo. Quando scrivo spesso concretizzo esperienze personali in parole, poi aggiungo la storia ovvero quella scandirsi del tempo che permette al lettore di poter viaggiare lungo il piano narrativo perdendo completamente la dimensione del reale, entrando, definitivamente, in quella dell’infinito. Il tempo nelle pagine di un romanzo non ha senso. Il tempo nel leggere un libro, nell’immedesimarsi in una storia è un rallentamento della nostra percezione del vivere. Stiamo mettendo in pausa (o quasi) la nostra archiviazione di dati percettori che si tramutano in esperienza, per abbandonarci all’immissione di esperienze esterne codificate in parole pronte per essere elaborate dal nostro cervello in visioni mentali. E’ un processo immaginativo questo che ci obbliga a proiettarci in una dimensione alternativa a quella che normalmente percepiamo.

Ieri sera ho visto Into the wild, un film che straconsiglio ha tutti e, in contemporanea, ho iniziato a leggere I racconti dello Yukon e dei mari del sud di Jack London. Leggerò alcuni racconti, cercherò di fermare il tempo tra le pagine impregnate di avventure, di storie di uomini e cani tra le fredde piste del Nord America. Poi vi dico.

martedì 16 ottobre 2007

Piccole, impercettibili follie


Questa è una storia vera. Io ci aggiungerò un pizzico di fiction, ma giusto una puntina tanto per assaporare. Siamo a Florence, nello stato dell'Oregon, una delle tante città americane che prendono il nome da quelle italiane. Amanda Lee McDaniel si prepara per uscire dalla sua abitazione, è nervosa, particolarmente nervosa. I vicini infastidiscono il suo umore, quelli lei non li hai mai sopportati. Chiude il gas Amanda, prende la borsa, il cellulare e gli occhiali da sole, non manca niente.
No, qualcosa manca. Le chiavi di casa. Amanda le cerca, prima nel salottino, poi passa nella camera da letto, rovista nel letto disfatto, posa gli occhi sul comodino cercando quel mazzo di chiavi, ma niente, non ci sono. Passa in rassegna il suo angolo cucina, il nervosimo comincia a salire, i nervi affiorano. Butta giù qualcosa, maledice tutto e tutti, quelle cazzo di chiavi non spuntano fuori.
Allora è lì, in quel preciso momento che un dubbio la assale, trasformandosi in certezza: le chiavi le hanno rubate i vicini. Amanda diventa una furia, esce di casa con gli occhi iniettati di sangue si dirige con passo veloce verso la porta dei vicini. Prende a bussare, poi a calciare ed infine a spallare la porta in legno gonfio d'umidità. Entra in casa urlando a squarciagola e le sue parole sono troncate dalla rabbia. I vicini di Amanda, una coppia di mezza età, non riescono subito a focalizzare la situazione, sono disorientati: non capita tutti i giorni di vedersi una pazza dentro casa pronta a distruggere tutto quello che trova. Si, perchè Amanda sta letteralmente rasando al suolo l'abitazione dei vicini. Spacca la vetrina di una piccola credenza, prende a calci un vaso, butta per terra gingilletti vari, rompe i vetri di un quadro ed infine, prende a cazzotti la foto di matrimonio della coppia bastarda, infame e maledetta.
Amanda manda a fanculo il suo vicino di casa, spingendolo via mentre si dirige verso la cucina. Il padrone di casa prova a bloccarla, ma quella è una furia, una scheggia impazzita e si libera subito della presa, riprendendo la sua corsa inarrestabile verso la cucina. Amanda prende dell'alcol per le pulizie e lo sparge sui mobili, sulla macchina del gas, sulle finestre, dappertutto. Poi accende un cerino e lascia che le fiamme s’impossessino della cucina; il fuoco s'accende in un attimo. I vicini escono fuori di casa imprecando, lAmanda, invece, passa per la cucina scavalcando una piccola staccionata.
Della casa, non resterà niente, i pompieri non riusciranno a spegnere l'incendio in tempo. Quando è arrivato il ragazzo di Amanda che era già circondata dai poliziotti, lei ha spiegato tutto, ha detto che quegli stronzi dei vicini le avevano sottratto le chiavi di casa, che quello era uno scherzo che andava punito. Ma il ragazzo ha subito notato le chiavi di casa attaccate alla cintura di Amanda; lei, incredula ha guardato le chiavi ciondolare lungo i suoi fianchi, poi ha riposto il volto tra le mani tremanti e ha cominciato a piangere e singhiozzare.

La storia è tratta da un piccolo articolo pubblicato sulla rubrica Storie vere, dell'Internazionale n.714.