
Lucas e Mathias sono due fratelli scaraventati a casa della nonna perché la guerra sta arrivando in città, la madre teme per la loro incolumità. Vanno a vivere in campagna, vicino la città di K. E’ la nonna che li prende a sé, ma li chiama “figli di cagna”, non li vuole tra i piedi, sono un peso. Il nonno è morto da tempo tutti, in paese, conoscono il motivo per cui è morto, avvelenamento, ma la nonna ha sempre negato. I due fratellini si fanno coraggio, e dopo i primi giorni difficili decidono di “esercitarsi” a non sentite più nostalgia della madre, di non provare più dolore fisico, di non soffrire più la fame: di non provare più nulla. E mentre i primi colpi di tosse della guerra pian piano si trasformano in tuoni capaci di far tremare pure l’anima, Lucas e Mathias si irrobustiscono, uccidono animali per non provare paura nell’uccidere, si picchiano a tal punto di superare la soglia del dolore, si rendono utili nel lavoro in campagna, raccontano tutto in un quaderno, ogni aspetto della giornata è riportato nella cronaca della loro vita. Le azioni dei due fratelli, i pensieri addirittura, sembrano partire da un unico corpo, una sincronia perfetta, a volte raggelante. Ma poi la guerra cala nel delirio, urla di donne a cui hanno strappato la loro intimità, corpi mozzati, case bruciate, soldati ubriachi, canti di gioia dei militari “liberatori” che si scatenano nelle osterie, i due fratelli assistono a tutto questo senza interpretare, senza conservare quelle immagini, semplicemente vivendo.
E se tutto quello scritto finora fosse solo una “grande menzogna”? Uno dei due fratelli non esiste, la campagna, i personaggi che popolano la città di K. e le storie che ruotano attorno ad essi sono solo il frutto di una grande, seppur realissima menzogna.
Trilogia della città di K. di Agota Kristof è un libro bellissimo ed allo stesso tempo terribile. E’ come poggiare i gomiti su un piano instabile. Ogni volta la superficie si ribalta, mostrando ora un lato della storia, ora un altro. Quale, tra questi due, è il lato “giusto” il lettore non può comprenderlo, ma può, al contrario, lasciarsi trasportare da una scrittura asciutta, diretta, priva di sfumature, composta solamente da immagini vivide, dai contorni netti ed affilati. Solo la guerra, a pensarci bene, è ciò che rimane: l’elemento di continuità tra un cortocircuito narrativo e l’altro. Tutte le storie, di tutti gli uomini, per quanto differenti nelle loro personali vicende, sembrano essere marchiate da un comune segno, quello della guerra. Lucas e Mathias, allora, altro non sono che testimoni delle vicende corali che la città di K. ha vissuto, se poi i due fratelli siano realmente vissuti questo, la città di K., non può dirlo. Neanche le pagine del libro possono farlo. E quando neanche la scrittura porta con sé la verità, allora chi può negare veramente l’esistenza dei due fratelli, Lucas e Mathias, durante la guerra che colpì la città di K.?


