lunedì 5 maggio 2008

I colti da una parte, il resto dall'altra


Tra i servizi giornalistici più inutili trasmessi dalla televisione italiana ci sono quelli dedicati al traffico. Insomma, che senso ha intervistare automobilisti al casello, nuclei familiari sopravvissuti ad ore interminabili di traffico, che vorrebbero sfogare la loro rabbia in quel microfono ma che, al contrario, abbozzano un sorriso (falsissimo) e riassumono il loro lungo e faticoso viaggio? Perché i film di natale, quelli con De Sica e Boldi, sbancano i botteghini? Cosa si prova a fare parte del pubblico di Domenica In, la trasmissione-contenitore dove la stessa ragione umana si assopisce, lasciando spazio al vuoto, al nulla trasmesso via etere? A queste domande risponde Francesco Piccolo nel suo piccolo saggio-documentario L’Italia spensierata. Quattro capitoli che contengono esperienza in prima persona, quella dello scrittore che, uscendo dal guscio rassicurante dell’ambiente culturale italiano, s’immerge nella realtà profonda della massa. Un viaggio che illustra i movimenti dell’animale popolare che si muove lento e inesorabile lungo il nostro paese. Una bestia per chi ama respirare aria di “cultura”, un passatempo, una valvola di sfogo, un vivere anche per un solo attimo (si, un solo attimo), il prodotto medio che l’intrattenimento italiano offre. E allora ecco il nostro eroe passeggiare per gli autogrill, testimoniando il comportamento dei viaggiatori, quello spirito di solidarietà che si instaura tra sconosciuti seduti allo stesso bancone, pronti a consumare la vacanza e il caffè, tutte due altrettanto veloci. “Voi dove andate?”, “Noi sono già quattro ore che viaggiamo”, “allora buon viaggio, divertitevi”. Effettivamente Piccolo proietta nel libro, quasi fosse un documentario, il comportamenti tipico del consumatore pop. La fila al botteghino per il film Natale da qualche parte, ad esempio, è un atto che va oltre la semplice denigrazione sul contenuto del film, senza dubbio scadente e ripetitivo. Il 26 dicembre chi va al cinema non vuole pensare, è reduce da un tour parentale che mette a dura prova una produzione sufficiente di succhi gastrici, preferisce una tonnellata di equivoci e una serie infinita di doppi sensi purchè pensare. Il film di natale propone un distacco netto tra l’attore e il personaggio:

«Boldi interpreta il dottor Ranucci, De Sica interpreta Giorgio, ma questi due personaggi non sono mai davvero indossati dai due attori, ma usati. Il concetto è: faccio finta per un’ora e mezza di essere uno che si chiama Ranucci, faccio finta di essere uno che si chiama Giorgio, ma sia chiaro, io sono sempre Boldi e io sono sempre De Sica, sempre, quindi, le mogli di Ranucci e Giorgio non lasciano noi due ma, appunto, Ranucci e Giorgio – e chi se frega».
E’ la stessa impostazione del film a non chiedere nulla. A differenza del film di genere, che comporta l’immedesimazione dello spettatore nel personaggio attraverso la perdita della linea di confine tra finzione e realtà, qui non bisogna credere a nulla.

Nel libro di Francesco Piccolo c’è infine anche una riflessione dedicata all’ambiente culturale italiano, troppo spesso chiuso nelle sue mura, autoconfinatosi su pagine patinate, su riflessioni prodotte e fruite da pochi, perché più si è pochi e meglio è. Una differenziazione elitaria che da sempre contraddistingue la cultura italiana, un problema che può essere annoverato tra le cause di un mancato slancio culturale di massa del paese, da sempre. Come interpretare allora le parole di Piccolo?

«Cuore aveva nella sua ultima pagina una specie di concorso per i suoi lettori colti, ironici e intelligenti, dal titolo Il Giudizio Universale che chiedeva di indicare le cose per cui vale la pena vivere. Divenne una rubrica molto famosa e molto citata. Al primo posto di quella classifica, praticamente dal primo all’ultimo giorno, c’era la fica».

4 commenti:

ADRIO THE BOSS ha detto...

oi patassa!!!
ti garbava he man?
grazie!

ei tieniti libero per il 20 giugno.
a san giovanni, sala1, c'è la mia collettiva!
poi ti fo avere l'invito serio , intanto...
sengalo in agggenda!
ciaooooooooooooooooooooooo

Maurizio ha detto...

Splendido. Non riesco a dire altro, splendido post impreziosito da quell'ultima citazione che fa molto satira di costume. Per quel che mi concerne se rimango in fila alla cassa del supermercato mi viene voglia di distruggere l'intero genere umano, figurati se rimango ore in autostrada. Opto per il silenzo nei casi descritti sopra derivanti dallo stupido divertimentificio. Lo slogan ideale sarebbe: Toglietemi tutto, soprattutto il cervello!

Gio' ha detto...

Non c'entra, ma volevo comunque dirvelo:
al Palladium abbiamo bandito un concorso di scrittura creativa, si vincono 200€ di buoni da Feltrinelli.
www.teatro-palladium.it
http://concorsi.teatro-palladium.it/scrittura2008/

ciao, giovanni

Andrea Patassa ha detto...

@adrio:allora aspetto tue notizie!
@maurizio:grazie mille, maurizio. Spesso si confonde il buon pop, cioè materiale di intrattenimento popolare utile a stimolare la materia grigia, con delle tristi e sbiadite rappresentazioni del "popolare" che popolare non è. E anche noi che ci incazziamo dovremmo concentrare le energie su obiettivi precisi. Un salutone!
@giò:grazie per la segnalazione! :-)